Fidanzati uccisi a Lecce, la madre del killer: «Chiedo scusa a tutti»

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Da madre a madri. Dal dolore di una donna per aver scoperto un figlio assassino al dolore di due donne che i loro figli li hanno persi. E per questo oggi Rosalba Cavalera De Marco chiede scusa. È la mamma di Antonio, l’assassino 21enne reo confesso dell’arbitro Daniele De Santis, di 33 anni, e della sua fidanzata trentenne Eleonora Manta, uccisi a coltellate nella casa dove avevano deciso di convivere a Lecce la sera del 21 settembre. Antonio De Marco è in carcere da una settimana per il delitto. È in isolamento. Il primo e per il momento unico contatto che ha avuto dal giorno del fermo con la sua famiglia è stato ieri, un colloquio di un’ora con la sorella maggiore. Fuori da quelle mura, sua madre Rosalba ha deciso ora di scrivere una lettera alle mamme delle due vittime. «Vi chiedo scusa per ciò che ha fatto Antonio, anche se mi rendo conto che sia davvero poca cosa, rispetto alla terribile ferita che vi è stata inflitta» ha scritto.

«Vi chiedo ancora scusa per la mia presunzione – continua – , perché quando ho appreso del vostro dramma, ed ancora non sapevo che era stato causato da mio figlio, ho creduto di poter comprendere il vostro dolore di madri, ma non era così. Solo ora che anche io, sia pure in maniera differente, provo quella stessa sofferenza, posso essere davvero consapevole del vostro dolore e condividerlo dentro di me».

Nella lettera, la donna scrive che «c’è sicuramente una ragione se il legame tra madre e figlio non si spezza mai. Forse per i nove mesi durante i quali te lo senti dentro, o per quel cordone che ancora lo lega a te quando viene alla luce, oppure per quel dolore forte e intenso, che soffri nel metterlo al mondo. Un dolore che non dimentichi e che a volte ritorna, così come è certamente ritornato in voi, mille e mille volte più forte e più atroce, così come si è ripresentato in me, anche se in misura non paragonabile con il vostro, quando ho appreso che era stato mio figlio a strappare anche i vostri cuori».

Quel figlio il cui gesto è stato descritto dagli inquirenti come di «irrefrenabile violenza», come un delitto «di spietata efferatezza, malvagia e inumana crudeltà», messo a punto con un «raggelante corredo di condotte crudeli e atroci», tra cui la «preventiva tortura delle vittime che sarebbe dovuta durare dai 10 ai 15 minuti e il messaggio da scrivere sul muro evidentemente con il loro sangue». ​