Soldi e champagne, arrestati i carabinieri al servizio della camorra: le intercettazioni

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Una sorta di stipendio mensile, secondo un collaboratore di giustizia pari a circa mille euro, ma anche pesce, capretti e champagne per Natale: per gli inquirenti della Dda di Napoli era questo, e non solo, il prezzo della corruzione per i carabinieri ‘infedelì in servizio fino a qualche anno fa nella stazione di Sant’Antimo, nel napoletano. In otto sono finiti nell’indagine della Procura e del Nucleo investigativo dell’Arma di Castello di Cisterna, che oggi ha notificato cinque arresti domiciliari e tre interdizioni dai pubblici uffici della durata di un anno. I militari, è la tesi dell’accusa che si è vista negare dal giudice il concorso esterno in associazione mafiosa, avrebbero agevolato il clan Puca – attivo tra Sant’Antimo, Grumo Nevano e Casandrino – fornendo, anche secondo due collaboratori di giustizia, un supporto sistematico e spregiudicato al clan, come quando, emerge dall’ordinanza del gip Valentina Gallo, informavano gli uomini del boss Pasquale Puca (al 41bis e anche lui tra i destinatari di una misura cautelare) dell’imminenza di una delle operazioni di polizia denominate «Alto impatto». Ma non solo. Sarebbe pure accaduto che gli affiliati non venissero sanzionati, malgrado colti alla guida senza avere mai conseguito la patente. In un’altra occasione uno dei carabinieri avrebbe evitato l’inasprimento della misura cautelare dell’obbligo di firma per uno degli affiliati, ricalcando a penna gli orari sul registro. La loro attività, però, come sottolineato dal generale Canio Giuseppe La Gala, comandante provinciale di Napoli, «non ha inficiato il contrasto alla camorra che l’Arma dei Carabinieri sta portando avanti in Campania e in quella particolare zona del Napoletano». Emblematica l’intercettazione della conversazione tra due carabinieri indagati che, è stato fatto notare, somiglia più a quella tra due camorristi, infastiditi dal contributo che un «pentito» sta dando alla lotta alla camorra. Uno dice: «Lamino (il collaboratore di giustizia, ndr) ha fatto proprio da infame, la faccia verde…». E il collega incalza: «ma quello si vedeva che era infame, non lo vedevi. Ogni cosa: ‘vado a Castello di Cisterna, ma dove vai…’». L’altro carabiniere, a quel punto, osserva che era meglio se fosse morto in un agguato scattato nel 2016: «l’ultima volta che ci avemmo a che fare è quando gli spararono nella scarpa là, ebbe pure il culo che.. ebbe pure il culo che lo presero sotto il tacco.. almeno gliela davano una botta in fronte». La vicenda che desta maggiore inquietudine, comunque, riguarda un maresciallo che era in servizio a Sant’Antimo, diventato una spina nel fianco del clan. Secondo quanto emerso, per cercare di neutralizzarlo è stata messa in piedi un’attività ricattatoria facendolo pedinare per poi registrare gli incontri con una giovane donna, sua informatrice. I video vennero recapitati alla famiglia del sottufficiale, depositandoli nella cassetta postale. Uno stratagemma che, però, non portò alcun frutto. Fu così che il clan decise di passare alle maniere forti facendo esplodere una bomba carta sotto la vettura del carabiniere. L’episodio indusse l’Arma a disporne il trasferimento per tutelarne l’incolumità. A fare da trait d’union, infine, tra i militari «infedeli» e la camorra, sarebbe stato l’ex presidente del Consiglio Comunale di Sant’Antimo, Francesco Di Lorenzo, per il quale il giudice ha disposto i domiciliari: era lui che consegnava ad alcuni dei carabinieri indagati i capretti per Natale. Di Lorenzo era informatissimo riguardo a quanto accadeva nella stazione: dalla visite degli alti ufficiali alle notizie più riservate.